Il contagio del bene
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| Una rete di gentilezza |
Come i comportamenti positivi possono diffondersi e diventare cultura sociale
Abbiamo imparato ad avere paura del contagio. La parola stessa richiama qualcosa che passa da una persona all'altra, che supera una distanza, che entra in un organismo e si riproduce. Il contagio appartiene, nell'immaginario collettivo, alla malattia, alla vulnerabilità, alla necessità di proteggersi. Eppure il contagio, considerato al di là della sua connotazione negativa, è innanzitutto un fenomeno di trasmissione. E se ciò che si trasmette non fosse necessariamente qualcosa da cui difendersi? Se, nella società, potessero esistere anche forme di contagio capaci di diffondere solidarietà, inclusione, tolleranza, fiducia, partecipazione e attenzione verso gli altri? Potremmo allora provare a rovesciare la prospettiva: non chiederci soltanto come impedire che determinati comportamenti negativi si diffondano, ma anche come creare le condizioni perché i comportamenti positivi possano diffondersi più facilmente. Non si tratta soltanto di una metafora. Da diversi decenni le scienze sociali studiano fenomeni nei quali comportamenti, atteggiamenti e norme possono propagarsi attraverso le reti di relazione. La cosiddetta social contagion theory ha analizzato, con metodologie diverse, la possibilità che il comportamento individuale sia influenzato da quello delle persone con cui entriamo in relazione. Gli stessi studiosi sottolineano però che il fenomeno è complesso e che bisogna distinguere l'influenza sociale dalla semplice tendenza delle persone a frequentare individui loro simili. Il punto interessante, allora, non è sostenere che tutto ciò che fa una persona venga automaticamente imitato da chi le sta vicino. Il punto è un altro.
Le persone osservano le persone
E ciò che osservano contribuisce, almeno in determinate condizioni, a definire ciò che appare possibile, accettabile, normale o desiderabile. Una persona che aiuta un anziano ad attraversare la strada compie un gesto apparentemente minimo. Una persona che accoglie qualcuno che si trova ai margini di un gruppo produce un'altra piccola apertura. Chi ascolta invece di aggredire introduce nella relazione una possibilità diversa. Chi rinuncia a una risposta offensiva può interrompere una sequenza di ostilità. Nessuno di questi gesti, preso isolatamente, cambia la società. Ma la società cambia proprio attraverso la moltiplicazione di comportamenti individuali. È qui che la metafora del contagio diventa interessante. Un comportamento positivo può essere osservato, riconosciuto, imitato e successivamente riprodotto in un altro contesto. Può diventare un precedente. E un precedente, quando viene ripetuto abbastanza volte, può trasformarsi in aspettativa. L'aspettativa può trasformarsi in norma. E una norma può contribuire a costruire cultura.
Dal gesto alla norma
Immaginiamo una comunità nella quale nessuno saluta mai uno sconosciuto. Il primo individuo che comincia a farlo potrebbe apparire semplicemente eccentrico. Il secondo rende quel comportamento meno insolito. Il terzo contribuisce a renderlo riconoscibile. Dopo cento persone, forse, salutare qualcuno che non si conosce più non appare affatto strano. Naturalmente è un esempio volutamente semplice. Ma il meccanismo sociale che suggerisce è importante: ciò che facciamo dipende anche da ciò che percepiamo che gli altri fanno. La ricerca sulle norme sociali mostra proprio quanto le aspettative collettive possano influenzare i comportamenti prosociali e cooperativi. Le persone non osservano soltanto ciò che gli altri fanno; prestano attenzione anche a ciò che il gruppo considera appropriato o desiderabile. Questo significa che la solidarietà non deve necessariamente essere pensata soltanto come una qualità individuale. Può diventare anche un ambiente sociale. E questa distinzione è tutt'altro che marginale. Una persona può essere generosa in una società nella quale la generosità viene considerata ingenuità. Un'altra può essere solidale in un ambiente nel quale prevale l'indifferenza. Un'altra ancora può scegliere di includere qualcuno in un gruppo nel quale l'esclusione rappresenta la consuetudine. In tutti questi casi il comportamento positivo richiede uno sforzo maggiore. Ma se lo stesso comportamento comincia a essere condiviso da altri, qualcosa cambia. La persona solidale non è più sola. Il comportamento diventa più visibile. La sua percezione sociale cambia. E ciò che prima appariva eccezionale può progressivamente diventare normale.
La soglia del cambiamento
Il sociologo Mark Granovetter ha mostrato, attraverso il suo modello delle soglie del comportamento collettivo, come individui diversi possano avere soglie differenti rispetto alla decisione di adottare un determinato comportamento: per qualcuno è sufficiente osservare poche persone farlo, mentre altri hanno bisogno di vedere una partecipazione molto più ampia prima di decidere di unirsi. Questo introduce un elemento particolarmente interessante. Forse non è necessario convincere tutti. Forse, in determinate circostanze, è sufficiente che un numero sufficiente di persone renda visibile una possibilità diversa. Non perché tutti siano destinati a seguirla, ma perché cambia la percezione di ciò che è socialmente possibile. Una persona può pensare: "Se lo fanno loro, forse posso farlo anch'io." Un'altra: "Pensavo di essere l'unica a pensarla così." Un'altra ancora: "Forse questo comportamento non è così strano come credevo." Il contagio positivo potrebbe cominciare proprio da questo passaggio: dalla percezione che un comportamento non sia più un'eccezione isolata, ma una possibilità condivisa.
Il sociologo Mark Granovetter ha mostrato, attraverso il suo modello delle soglie del comportamento collettivo, come individui diversi possano avere soglie differenti rispetto alla decisione di adottare un determinato comportamento: per qualcuno è sufficiente osservare poche persone farlo, mentre altri hanno bisogno di vedere una partecipazione molto più ampia prima di decidere di unirsi. Questo introduce un elemento particolarmente interessante. Forse non è necessario convincere tutti. Forse, in determinate circostanze, è sufficiente che un numero sufficiente di persone renda visibile una possibilità diversa. Non perché tutti siano destinati a seguirla, ma perché cambia la percezione di ciò che è socialmente possibile. Una persona può pensare: "Se lo fanno loro, forse posso farlo anch'io." Un'altra: "Pensavo di essere l'unica a pensarla così." Un'altra ancora: "Forse questo comportamento non è così strano come credevo." Il contagio positivo potrebbe cominciare proprio da questo passaggio: dalla percezione che un comportamento non sia più un'eccezione isolata, ma una possibilità condivisa.
Il primo gesto non è mai soltanto il primo gesto
Una delle caratteristiche più interessanti del contagio sociale è che il valore di un comportamento non dipende esclusivamente dal suo effetto immediato. Un gesto può avere un effetto diretto e, contemporaneamente, un effetto indiretto. Una persona aiuta un'altra. Ma una terza persona osserva. Quella terza persona potrebbe, in seguito, aiutare qualcun altro. Il destinatario del secondo gesto potrebbe a sua volta comportarsi diversamente nei confronti di una quarta persona. Si crea così una catena nella quale l'origine del comportamento può diventare rapidamente irrilevante. Non importa più chi abbia compiuto il primo gesto. Importa che quel gesto abbia trovato condizioni favorevoli alla sua trasmissione. Alcuni studi sperimentali hanno osservato proprio la possibilità che comportamenti cooperativi si propaghino attraverso le reti sociali. In un lavoro pubblicato su PNAS, Fowler e Christakis hanno studiato sperimentalmente la diffusione di comportamenti cooperativi attraverso interazioni successive, trovando elementi compatibili con l'idea che la cooperazione possa produrre effetti che vanno oltre la relazione immediata. Altri studi hanno mostrato che l'osservazione di comportamenti prosociali può influenzare comportamenti successivi e che tale influenza può persino estendersi oltre la semplice riproduzione dello stesso comportamento. Questo ci permette di formulare una domanda molto semplice: E se progettassimo deliberatamente le condizioni perché queste catene positive abbiano maggiori possibilità di nascere?
Una delle caratteristiche più interessanti del contagio sociale è che il valore di un comportamento non dipende esclusivamente dal suo effetto immediato. Un gesto può avere un effetto diretto e, contemporaneamente, un effetto indiretto. Una persona aiuta un'altra. Ma una terza persona osserva. Quella terza persona potrebbe, in seguito, aiutare qualcun altro. Il destinatario del secondo gesto potrebbe a sua volta comportarsi diversamente nei confronti di una quarta persona. Si crea così una catena nella quale l'origine del comportamento può diventare rapidamente irrilevante. Non importa più chi abbia compiuto il primo gesto. Importa che quel gesto abbia trovato condizioni favorevoli alla sua trasmissione. Alcuni studi sperimentali hanno osservato proprio la possibilità che comportamenti cooperativi si propaghino attraverso le reti sociali. In un lavoro pubblicato su PNAS, Fowler e Christakis hanno studiato sperimentalmente la diffusione di comportamenti cooperativi attraverso interazioni successive, trovando elementi compatibili con l'idea che la cooperazione possa produrre effetti che vanno oltre la relazione immediata. Altri studi hanno mostrato che l'osservazione di comportamenti prosociali può influenzare comportamenti successivi e che tale influenza può persino estendersi oltre la semplice riproduzione dello stesso comportamento. Questo ci permette di formulare una domanda molto semplice: E se progettassimo deliberatamente le condizioni perché queste catene positive abbiano maggiori possibilità di nascere?
Dall'educazione alla progettazione sociale
Qui il discorso supera la dimensione individuale. Dire a una persona "sii solidale" è importante, ma non necessariamente sufficiente. Se l'ambiente nel quale quella persona vive premia sistematicamente l'individualismo, scoraggia la collaborazione, rende invisibili i comportamenti altruistici e considera la vulnerabilità una debolezza, la solidarietà dovrà continuamente combattere contro il contesto. Se invece un territorio rende visibili le esperienze di collaborazione, crea occasioni di incontro, riconosce chi contribuisce al bene comune, facilita la partecipazione e costruisce spazi nei quali persone differenti possano cooperare, il comportamento positivo incontra condizioni più favorevoli. È qui che può entrare in gioco la progettazione sociale. Progettare socialmente non significa progettare le persone. Significa progettare, per quanto possibile, le condizioni nelle quali le persone possono incontrarsi, collaborare, partecipare e generare nuove relazioni. La differenza è fondamentale. Non possiamo obbligare qualcuno a essere solidale. Possiamo però costruire un contesto nel quale essere solidali sia più facile, più visibile e socialmente riconosciuto. Non possiamo imporre l'inclusione come sentimento. Possiamo però progettare situazioni nelle quali persone che normalmente non si incontrerebbero possano conoscersi e collaborare. Non possiamo decretare la fiducia. Possiamo però creare esperienze nelle quali la fiducia possa essere sperimentata. In altre parole, non progettiamo il contagio: progettiamo l'ambiente nel quale il contagio può avvenire.
Qui il discorso supera la dimensione individuale. Dire a una persona "sii solidale" è importante, ma non necessariamente sufficiente. Se l'ambiente nel quale quella persona vive premia sistematicamente l'individualismo, scoraggia la collaborazione, rende invisibili i comportamenti altruistici e considera la vulnerabilità una debolezza, la solidarietà dovrà continuamente combattere contro il contesto. Se invece un territorio rende visibili le esperienze di collaborazione, crea occasioni di incontro, riconosce chi contribuisce al bene comune, facilita la partecipazione e costruisce spazi nei quali persone differenti possano cooperare, il comportamento positivo incontra condizioni più favorevoli. È qui che può entrare in gioco la progettazione sociale. Progettare socialmente non significa progettare le persone. Significa progettare, per quanto possibile, le condizioni nelle quali le persone possono incontrarsi, collaborare, partecipare e generare nuove relazioni. La differenza è fondamentale. Non possiamo obbligare qualcuno a essere solidale. Possiamo però costruire un contesto nel quale essere solidali sia più facile, più visibile e socialmente riconosciuto. Non possiamo imporre l'inclusione come sentimento. Possiamo però progettare situazioni nelle quali persone che normalmente non si incontrerebbero possano conoscersi e collaborare. Non possiamo decretare la fiducia. Possiamo però creare esperienze nelle quali la fiducia possa essere sperimentata. In altre parole, non progettiamo il contagio: progettiamo l'ambiente nel quale il contagio può avvenire.
L'importanza della visibilità
Un comportamento che nessuno vede ha una capacità di propagazione diversa da un comportamento che diventa visibile. Questo non significa trasformare la solidarietà in spettacolo. Anzi. La differenza tra testimonianza e spettacolarizzazione è essenziale. La prima rende riconoscibile un comportamento. La seconda rischia di trasformarlo in una forma di autorappresentazione. Se vogliamo favorire un contagio positivo, occorre quindi dare visibilità non tanto al benefattore, quanto al comportamento. Raccontare che in un quartiere alcuni cittadini hanno deciso di prendersi cura di uno spazio comune può rendere quella possibilità riconoscibile. Mostrare che persone differenti per età, cultura o condizione sociale possono lavorare insieme può modificare la percezione di ciò che è possibile. Rendere visibili esperienze di collaborazione può aiutare altre persone a immaginare di poter fare qualcosa di analogo. La comunicazione, in questo senso, non è semplicemente promozione. Può diventare infrastruttura del contagio sociale positivo.
Un comportamento che nessuno vede ha una capacità di propagazione diversa da un comportamento che diventa visibile. Questo non significa trasformare la solidarietà in spettacolo. Anzi. La differenza tra testimonianza e spettacolarizzazione è essenziale. La prima rende riconoscibile un comportamento. La seconda rischia di trasformarlo in una forma di autorappresentazione. Se vogliamo favorire un contagio positivo, occorre quindi dare visibilità non tanto al benefattore, quanto al comportamento. Raccontare che in un quartiere alcuni cittadini hanno deciso di prendersi cura di uno spazio comune può rendere quella possibilità riconoscibile. Mostrare che persone differenti per età, cultura o condizione sociale possono lavorare insieme può modificare la percezione di ciò che è possibile. Rendere visibili esperienze di collaborazione può aiutare altre persone a immaginare di poter fare qualcosa di analogo. La comunicazione, in questo senso, non è semplicemente promozione. Può diventare infrastruttura del contagio sociale positivo.
Anche le reti contano
Non tutti i comportamenti si diffondono nello stesso modo. Le reti sociali sono differenti: alcune sono dense e fortemente interconnesse; altre collegano persone e gruppi che normalmente rimarrebbero separati. La ricerca sulla diffusione dei comportamenti ha mostrato che la struttura delle reti può influenzare il modo nel quale una nuova pratica si propaga. Gli esperimenti di Damon Centola, per esempio, hanno evidenziato che per alcuni comportamenti la ripetizione dell'informazione e delle interazioni all'interno di reti fortemente connesse può essere importante per favorire la diffusione. Questo ha una conseguenza pratica. Se vogliamo diffondere inclusione e solidarietà, non basta trovare persone motivate. Occorre anche connettere mondi che normalmente non comunicano. La scuola con il quartiere. Gli anziani con i giovani. Le associazioni con le istituzioni. Chi vive una difficoltà con chi può contribuire a risolverla. Il volontariato con le imprese. La cultura con il sociale. Il digitale con il territorio. Una rete sociale capace di attraversare le differenze può diventare un moltiplicatore. E qui ritorna una delle questioni centrali di ogni progettazione sociale: non soltanto chi partecipa, ma chi viene messo in relazione con chi.
Non tutti i comportamenti si diffondono nello stesso modo. Le reti sociali sono differenti: alcune sono dense e fortemente interconnesse; altre collegano persone e gruppi che normalmente rimarrebbero separati. La ricerca sulla diffusione dei comportamenti ha mostrato che la struttura delle reti può influenzare il modo nel quale una nuova pratica si propaga. Gli esperimenti di Damon Centola, per esempio, hanno evidenziato che per alcuni comportamenti la ripetizione dell'informazione e delle interazioni all'interno di reti fortemente connesse può essere importante per favorire la diffusione. Questo ha una conseguenza pratica. Se vogliamo diffondere inclusione e solidarietà, non basta trovare persone motivate. Occorre anche connettere mondi che normalmente non comunicano. La scuola con il quartiere. Gli anziani con i giovani. Le associazioni con le istituzioni. Chi vive una difficoltà con chi può contribuire a risolverla. Il volontariato con le imprese. La cultura con il sociale. Il digitale con il territorio. Una rete sociale capace di attraversare le differenze può diventare un moltiplicatore. E qui ritorna una delle questioni centrali di ogni progettazione sociale: non soltanto chi partecipa, ma chi viene messo in relazione con chi.
Il contagio negativo e quello positivo
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che il contagio sociale sia sempre positivo. Le stesse dinamiche di influenza possono contribuire alla diffusione di comportamenti indesiderabili. La ricerca sul contagio sociale prende in considerazione fenomeni molto diversi tra loro, dalla cooperazione ad altri comportamenti e atteggiamenti. Il meccanismo, dunque, non è buono o cattivo in sé. È la direzione della propagazione a cambiare. Una società può diventare progressivamente più aggressiva perché l'aggressività viene normalizzata. Può diventare più diffidente perché la diffidenza viene continuamente confermata. Può diventare più individualista perché la collaborazione appare inutile o svantaggiosa. Ma lo stesso principio può essere rovesciato. Una società può aumentare la propria capacità inclusiva se l'inclusione diventa visibile e praticabile. Può rafforzare la solidarietà se la solidarietà produce riconoscimento e nuove relazioni. Può sviluppare maggiore tolleranza se il confronto con la diversità diventa esperienza ordinaria anziché eccezionale. Può costruire partecipazione se partecipare produce effetti percepibili. Il vero problema, allora, non è soltanto il comportamento individuale. È quale comportamento una società rende contagioso.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che il contagio sociale sia sempre positivo. Le stesse dinamiche di influenza possono contribuire alla diffusione di comportamenti indesiderabili. La ricerca sul contagio sociale prende in considerazione fenomeni molto diversi tra loro, dalla cooperazione ad altri comportamenti e atteggiamenti. Il meccanismo, dunque, non è buono o cattivo in sé. È la direzione della propagazione a cambiare. Una società può diventare progressivamente più aggressiva perché l'aggressività viene normalizzata. Può diventare più diffidente perché la diffidenza viene continuamente confermata. Può diventare più individualista perché la collaborazione appare inutile o svantaggiosa. Ma lo stesso principio può essere rovesciato. Una società può aumentare la propria capacità inclusiva se l'inclusione diventa visibile e praticabile. Può rafforzare la solidarietà se la solidarietà produce riconoscimento e nuove relazioni. Può sviluppare maggiore tolleranza se il confronto con la diversità diventa esperienza ordinaria anziché eccezionale. Può costruire partecipazione se partecipare produce effetti percepibili. Il vero problema, allora, non è soltanto il comportamento individuale. È quale comportamento una società rende contagioso.
Non tutti devono essere eroi
C'è però un'altra trappola da evitare. Pensare al contagio positivo come a una successione di grandi gesti eroici rischierebbe di rendere il modello irrealistico. Una società non cambia soltanto attraverso gli eroi. Cambia attraverso milioni di comportamenti ordinari. Salutare. Ascoltare. Lasciare spazio. Non umiliare. Aiutare. Condividere. Accogliere. Rispettare una differenza. Fare posto a qualcuno. Partecipare a una decisione. Prendersi cura di uno spazio comune. Sono comportamenti apparentemente piccoli. Ma la cultura sociale è fatta anche di questo. Il vero salto avviene quando questi comportamenti smettono di essere percepiti come gesti eccezionali e diventano parte della normalità quotidiana. Il contagio positivo non ha bisogno necessariamente di grandi eventi. Ha bisogno di continuità.
C'è però un'altra trappola da evitare. Pensare al contagio positivo come a una successione di grandi gesti eroici rischierebbe di rendere il modello irrealistico. Una società non cambia soltanto attraverso gli eroi. Cambia attraverso milioni di comportamenti ordinari. Salutare. Ascoltare. Lasciare spazio. Non umiliare. Aiutare. Condividere. Accogliere. Rispettare una differenza. Fare posto a qualcuno. Partecipare a una decisione. Prendersi cura di uno spazio comune. Sono comportamenti apparentemente piccoli. Ma la cultura sociale è fatta anche di questo. Il vero salto avviene quando questi comportamenti smettono di essere percepiti come gesti eccezionali e diventano parte della normalità quotidiana. Il contagio positivo non ha bisogno necessariamente di grandi eventi. Ha bisogno di continuità.
Una possibile epidemiologia del bene
Se volessimo spingerci ancora oltre nella metafora, potremmo immaginare una sorta di epidemiologia del bene. Non per trasformare le relazioni umane in formule matematiche, ma per individuare alcune condizioni che possono favorire la propagazione dei comportamenti positivi. Un comportamento ha maggiori possibilità di diffondersi quando è:
Se volessimo spingerci ancora oltre nella metafora, potremmo immaginare una sorta di epidemiologia del bene. Non per trasformare le relazioni umane in formule matematiche, ma per individuare alcune condizioni che possono favorire la propagazione dei comportamenti positivi. Un comportamento ha maggiori possibilità di diffondersi quando è:
- visibile, perché può essere osservato;
- comprensibile, perché le persone ne riconoscono il significato;
- accessibile, perché può essere replicato senza richiedere risorse eccezionali;
- socialmente riconosciuto, perché chi lo compie non viene isolato o deriso;
- ripetibile, perché non rimane un episodio unico;
- relazionale, perché crea nuove connessioni;
- trasmissibile, perché può essere raccontato e riprodotto;
- coerente con il contesto, perché non viene percepito come un corpo estraneo.
Il contagio che possiamo scegliere
Un virus non decide dove andare. Una persona sì. Possiamo scegliere ciò che assorbiamo, ciò che replichiamo e ciò che trasmettiamo. Possiamo anche interrompere una catena. Possiamo vedere l'odio e non restituirlo. Possiamo incontrare l'indifferenza e scegliere l'attenzione. Possiamo trovare l'esclusione e scegliere di creare uno spazio. Possiamo ricevere diffidenza e decidere di non trasformarla in altra diffidenza. Questa possibilità introduce una dimensione etica che la metafora biologica, da sola, non potrebbe contenere. Il contagio sociale positivo non è inevitabile. È una possibilità che dipende dalle nostre scelte e dalle condizioni che costruiamo intorno a esse. E proprio per questo non basta sperare che il bene si diffonda. Occorre renderlo più facile da vedere. Più facile da praticare. Più facile da replicare. Più facile da trasmettere.
Un virus non decide dove andare. Una persona sì. Possiamo scegliere ciò che assorbiamo, ciò che replichiamo e ciò che trasmettiamo. Possiamo anche interrompere una catena. Possiamo vedere l'odio e non restituirlo. Possiamo incontrare l'indifferenza e scegliere l'attenzione. Possiamo trovare l'esclusione e scegliere di creare uno spazio. Possiamo ricevere diffidenza e decidere di non trasformarla in altra diffidenza. Questa possibilità introduce una dimensione etica che la metafora biologica, da sola, non potrebbe contenere. Il contagio sociale positivo non è inevitabile. È una possibilità che dipende dalle nostre scelte e dalle condizioni che costruiamo intorno a esse. E proprio per questo non basta sperare che il bene si diffonda. Occorre renderlo più facile da vedere. Più facile da praticare. Più facile da replicare. Più facile da trasmettere.
Dal singolo alla comunità
Forse, alla fine, il vero oggetto della riflessione non è il contagio. È la comunità. Una comunità non è soltanto un insieme di persone che abitano lo stesso spazio. È anche un sistema di relazioni nel quale ogni comportamento contribuisce, in misura diversa, a definire l'ambiente degli altri. Ogni persona può essere, contemporaneamente, destinataria e fonte di influenza. Ogni gesto può essere una fine oppure un inizio. Un atto di esclusione può chiudere una porta. Un atto di inclusione può aprirne un'altra. Una parola aggressiva può generare una risposta aggressiva. Una parola rispettosa può interrompere quella sequenza. Un gesto di solidarietà può rimanere isolato. Oppure può diventare il primo anello di una catena. La scelta non è completamente nelle nostre mani, ma una parte sì. Ed è proprio quella parte che merita di essere progettata, coltivata e resa visibile. Forse dovremmo quindi smettere di chiederci soltanto: "Che società vogliamo?" E cominciare a domandarci: "Quali comportamenti vogliamo rendere contagiosi?" Perché una società non è costruita soltanto dalle sue leggi, dalle sue istituzioni o dalle sue infrastrutture. È costruita anche da ciò che le persone vedono fare agli altri e decidono, giorno dopo giorno, di riprodurre. Il cambiamento sociale potrebbe allora cominciare da qualcosa di apparentemente piccolo: un gesto che qualcuno compie senza sapere che qualcun altro lo sta osservando. Quella persona potrebbe imitarlo. Un'altra potrebbe osservare. Un'altra ancora potrebbe fare qualcosa di simile. E, a un certo punto, nessuno ricorderebbe più chi abbia iniziato. Sarebbe semplicemente diventato normale. Non possiamo impedire che la società si contagi. Possiamo però contribuire a scegliere ciò di cui contagiarla.
Franco Faggiano
Forse, alla fine, il vero oggetto della riflessione non è il contagio. È la comunità. Una comunità non è soltanto un insieme di persone che abitano lo stesso spazio. È anche un sistema di relazioni nel quale ogni comportamento contribuisce, in misura diversa, a definire l'ambiente degli altri. Ogni persona può essere, contemporaneamente, destinataria e fonte di influenza. Ogni gesto può essere una fine oppure un inizio. Un atto di esclusione può chiudere una porta. Un atto di inclusione può aprirne un'altra. Una parola aggressiva può generare una risposta aggressiva. Una parola rispettosa può interrompere quella sequenza. Un gesto di solidarietà può rimanere isolato. Oppure può diventare il primo anello di una catena. La scelta non è completamente nelle nostre mani, ma una parte sì. Ed è proprio quella parte che merita di essere progettata, coltivata e resa visibile. Forse dovremmo quindi smettere di chiederci soltanto: "Che società vogliamo?" E cominciare a domandarci: "Quali comportamenti vogliamo rendere contagiosi?" Perché una società non è costruita soltanto dalle sue leggi, dalle sue istituzioni o dalle sue infrastrutture. È costruita anche da ciò che le persone vedono fare agli altri e decidono, giorno dopo giorno, di riprodurre. Il cambiamento sociale potrebbe allora cominciare da qualcosa di apparentemente piccolo: un gesto che qualcuno compie senza sapere che qualcun altro lo sta osservando. Quella persona potrebbe imitarlo. Un'altra potrebbe osservare. Un'altra ancora potrebbe fare qualcosa di simile. E, a un certo punto, nessuno ricorderebbe più chi abbia iniziato. Sarebbe semplicemente diventato normale. Non possiamo impedire che la società si contagi. Possiamo però contribuire a scegliere ciò di cui contagiarla.
Franco Faggiano
Bibliografia essenziale di riferimento
Christakis, Nicholas A.; Fowler, James H. (2013), Social contagion theory: examining dynamic social networks and human behavior, Statistics in Medicine, 32(4), pp. 556–577. È uno dei riferimenti principali per il concetto di contagio sociale e per le problematiche metodologiche legate all'inferenza dell'influenza tra individui.
Centola, Damon (2010), The Spread of Behavior in an Online Social Network Experiment, Science, 329(5996), pp. 1194–1197. Utile soprattutto per il rapporto tra struttura delle reti e diffusione dei comportamenti.
Fowler, James H.; Christakis, Nicholas A. (2010), Cooperative Behavior Cascades in Human Social Networks, Proceedings of the National Academy of Sciences, 107(12), pp. 5334–5338. Rilevante per il tema della propagazione della cooperazione attraverso le reti sociali.
Granovetter, Mark (1978), Threshold Models of Collective Behavior, American Journal of Sociology, 83(6), pp. 1420–1443. Fondamentale per comprendere il concetto di soglia individuale e il modo in cui comportamenti differenti possono produrre dinamiche collettive differenti.
House, Bailey R. (2018), How do social norms influence prosocial development?, Current Opinion in Psychology, 20, pp. 87–91. Particolarmente pertinente per il rapporto tra norme sociali, aspettative collettive e comportamenti prosociali.
Smith, Jonathan B.; Zaki, Jamil et al. (2016), Prosocial Conformity: Prosocial Norms Generalize Across Behavior and Empathy, Personality and Social Psychology Bulletin. Interessante per l'ipotesi che l'osservazione di comportamenti prosociali possa influenzare anche comportamenti successivi di natura diversa.
Berger, Peter L.; Luckmann, Thomas (1966), The Social Construction of Reality. Un riferimento teorico più ampio per comprendere come pratiche e significati condivisi possano progressivamente istituzionalizzarsi e diventare parte della realtà sociale percepita.
Rogers, Everett M. (2003), Diffusion of Innovations, 5th ed., Free Press. Riferimento classico per lo studio della diffusione delle innovazioni attraverso reti e sistemi sociali.
